E-commerce italiani e Brexit: come prepararsi al cambiamento e conseguenze principali

Da due mesi a questa parte il fenomeno "brexit" è sulla bocca di tutti ed ha catalizzato l'attenzione di opinione pubblica e media: molti settori economici ed aziende si trovano davanti alla necessità di fare alcuni cambiamenti, e questo fenomeno non ha risparmiato il mondo dell'e-commerce (vi consiglio questo ottimo post di Sebastiano sull'impatto brexit nelle ricerche di Google).

Il mercato UK, assieme a quelli di Francia e Germania, è davvero molto importante per gli e-commerce italiani: dai dati del Report Casaleggio 2015 risulta che il 72% degli e-commerce del nostro Paese dichiara di essere presente sul mercato inglese (contro il 47% dell'anno precedente 2014).

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presenza-UK-ecommerce-italiani

 

Il dato del sondaggio è confermato anche dalla ricerca di Civic Consultancy ripresa da Roberto Liscia in un evento Consorzio NetComm nel 2014, dove si denota il particolare interesse dei consumatori inglesi: il 29% dei clienti dichiara di acquistare online prodotti italiani.

il 29% degli utenti e-commerce UK dichiara di acquistare online prodotti italiani #brexit #ecommerce… Condividi il Tweet

Ricerca export UK - Italia

 

Un esempio su tutti è il colosso italiano YOOX.com, che ottiene il 15% del suo fatturato online proprio in UK, facendone uno dei suoi mercati chiave. La brexit per YOOX, come per tutti gli e-commerce, avrà impatti in termini di maggiori costi sopratutto lato operation e gestione delle dogane, come spiega Federico Marchetti nella sua intervista a Bloomberg, che però nel loro caso è mitigato dalla gestione distribuita dello stock.

 

Come vendere in UK, quando non sarà più nell'Unione Europea?

Ma quali sono i cambiamenti che gli e-commerce devono mettere in pratica per poter vendere in UK, quando uscirà dall'Europa? Quali sono le attività da pianificare per tempo?

I possibili impatti insistono principalmente su due aree dell'organizzazione: la logistica e l'amministrazione.

1- Logistica - i Dazi doganali:

Se non si dispone di un magazzino in UK, ma si vende la merce da un magazzino Italiano (o CEE), tutti gli ordini spediti in UK potranno essere soggetti a dazio doganale, ovvero una tassa definita dal governo inglese per "accettare" l'ingresso di quelle merci nel Paese.

L'importo della tassa verrà quantificato sulla base del valore di ogni singolo item che compone l'ordine e sarà personalizzata a seconda della tipologia di merce, definita attraverso un valore, detto codice doganale (o codice HS).

Nell'esempio sotto potete vedere un esempio di calcolo delle tasse doganali per l'acquisto di una chitarra elettrica dall'Italia del costo di 600£, con l'ipotesi che vi sia un dazio di importazione del 3,7% (che ora è quello USA-UK) ed un valore di IVA locale del 20%.

cross border duty example

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Il valore della tassa verrà calcolato dall'autorità doganale e fatta pagare direttamente al cliente finale al ritiro della merce se la spedizione è DDU, ovvero Delivery Duty UnPaid.

L'introduzione del dazio ha 5 risvolti negativi:

  • il dazio è una tassa che si aggiunge all'IVA, che potrà avere degli impatti nel costo dei prodotti al cliente finale (o nella marginalità della vendita);
  • il dazio in DDU causa una brutta esperienza per il cliente, che una volta ricevuto il pacco a casa dovrà pagare una tassa aggiuntiva inaspettata. Questo è un punto davvero centrale da evitare in particolar modo per i brand di lusso, che devono curare al massimo questo processo con l'utilizzo di una gestione delle spedizioni in DDP (Delivery Duty Paid) dove i dazi sono a carico del venditore, senza sorprese per l'utente finale;
  • il costo delle operazioni doganali ha una fee richiesta dal vettore che corrisponde quindi ad un aggravio dei costi di spedizione;
  • il dazio si paga sia all'andata che anche al rientro dell'ordine in caso di reso: per alcuni settori questo potrebbe non essere un costo così irrisorio (ad es. per alcune merceologie dell'abbigliamento);
  • tutte gli ordini diretti in UK devono prevedere l'invio della documentazione per lo sdoganamento con alcune informazioni precise sul prodotto, tra cui il codice doganale delle merci, la descrizione dettagliata (marchio, composizione, Paesi di orgine), il numero di pezzi, il peso netto e lordo, il valore di ogni articolo e totale, il valore della spedizione, ecc.

2- Gestione amministrativa:

Finché il Regno Unito resterà all'interno della CEE, per le aziende con una sede unica in Italia, la gestione fiscale e contabile delle vendite online B2C a distanza è la seguente:

  • entro la soglia di esportazioni all'anno di 70.000 GBP è possibile vendere in UK senza necessità di eseguire fattura o di avere una posizione fiscale in loco. Il valore delle imposte è quello dell'IVA italiana (22%) che viene liquidata direttamente in Italia. Le vendite possono essere eseguite in semplice corrispettivo, dando però la possibilità al cliente di richiedere fattura; inoltre, per ordini superiori ai 3.600 € o con fattura è necessario eseguire una dichiarazione specifica attiva soltanto in Italia, detta "spesometro";
  • oltre tale soglia c'è l'obbligo di aprire una posizione fiscale in loco (un VAT number) e di liquidare l'IVA direttamente nel Paese di destinazione, servendosi di un supporto per la gestione della Rappresentanza Fiscale. In questo caso per ogni singola vendita eseguita dal merchant italiano dovrà essere eseguita una fattura con l'indicazione della partita IVA inglese.

L'esportazione al di fuori della CEE prevede invece una gestione fiscale completamente diversa: le tasse sui beni sono gestite direttamente dal Paese di Destinazione grazie alle attività doganali, durante le quali oltre ai dazi viene identificato il valore IVA corretto per la vendita.

Per quanto riguarda la documentazione fiscale, ogni vendita verso UK oltre alla documentazione per lo sdoganamento dovrà prevedere una fattura senza IVA emessa dalla partita IVA italiana, senza più rappresentanti fiscali o agevolazioni.

A seguire, uno schema che riassume gli aspetti fiscali in base ai differenti scenari legati alla Brexit.

aspetti fiscali esportazione uk e-commerce

Riassumendo, chi registra gli effetti più importanti dalla Brexit?

Gli effetti più importanti verranno probabilmente registrati dagli e-commerce italiani che non sono ancora pronti a gestire gli ordini extra CEE e che vendono molto in UK; e gli online store che hanno ordini con un basso valore e/o alti di spedizione impattanti o dove la marginalità è di pochi punti percentuali.

Nel primo caso il problema principale da risolvere è la costruzione di un processo di gestione della documentazione doganale, mentre nel secondo sono da mettere in discussione le politiche commerciali di quel Paese per aggirare l'ostacolo dei costi legati alle dogane.

E gli inglesi che ne pensano? Beh credo che questo pensiero di Ben Forshaw poco prima del voto, dia abbastanza l'idea.

In essence, the only thing that is certain with the UK’s future with the European Union is uncertainty, but from what we can tell already a Brexit would severely damage the future of the UK’s eCommerce sector, not just within the UK and Europe.

 

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